Nell’antica Grecia, la filosofia degli scettici considerava l’uomo non in grado di distinguere con la ragione ciò che è vero da ciò che è falso. Per questo motivo egli avrebbe dovuto quindi operare una “epochè”, vale a dire una “sospensione del giudizio” sulla realtà tale da condurlo ad evitare pronunciamenti e prese di posizione nell’ambito delle opinioni. Edmund Husserl rivisita il concetto di epochè della filosofia scettica riconsiderandolo nella sua fenomenologia come quell’atteggiamento verso il mondo che mette la realtà “tra parentesi” senza giudicarla e, che, sospendendo il giudizio sulle cose, permette ai fenomeni che giungono alla coscienza di essere considerati senza alcuna visione preconcetta come se li si considerasse per la prima volta.

Le cose, gli oggetti che nella vita di tutti i giorni ci vengono incontro, e che abbracciamo con sguardo abitudinario spesso indifferente, i muri delle case, le vetrine, le strade che percorriamo piene di gente in movimento, il tutto che ci circonda che crediamo di conoscere e che cataloghiamo con certezza senza realmente averlo visto, il tutto che scientificamente e scientemente pensiamo abbia un determinato senso, proprio quello e non un altro, tutto questo, proviamo per una volta a guardarlo con occhi diversi. Proviamo ad esercitare una epochè visiva; sospendiamo il nostro giudizio su ciò che ci sembra di vedere come ovvio; mettiamo tra parentesi ora questo ora quell’elemento della realtà che ci circonda. Evidenziamo oppure nascondiamo, isoliamo, sottolineiamo e delimitiamo con una cornice. Poniamo il giusto limite, quel non di più e non di meno, quel giusto limite che determina la bellezza nel concetto di Platone, dove i limiti della forma coincidono con quelli dell’idea.

Questo il metodo, questo il mio modo di fare fotografia. Quella fotografia almeno, che è possibile fare soltanto vagabondando per le strade del mondo senza particolari motivazioni costruttiviste o simboliche. Astrarre ed estrarre. Intenzionare in altro modo il senso usuale delle cose. Figurare e formare una nuova visione della realtà a partire dal sospendere e trasfigurare quella normalità che sempre oggettiva ci sembra apparire. Luigi Pareyson, grande filosofo e maestro di estetica, sosteneva che la verità, è unica e nel suo insieme irraggiungibile dall’uomo che in essa è immerso, ma l’artista è sicuramente uno dei tanti sguardi del mondo su una porzione di quella verità, irraggiungibile nella sua assolutezza, ma approcciabile ermeneuticamente da quell’irripetibile punto di vista vivente sulla realtà che ogni uomo è.

E poi c’è sempre l’eterno tentativo della ricerca della bellezza. La bellezza che è mistero e grazia, stimolo eterno alla ricerca perché anelito alla trascendenza, connessione all’armonia del cosmo come uni-verso. Ar-monia che è fare uno, ricerca dell’unità nel caos delle percezioni sensibili, convergenza di linee e punti di fuga, incontro di porzioni di spazio con il piacere dell’occhio, accordo ed equilibrio fra le diversità che sono ricchezza dell’universo. La bellezza che scomodando di nuovo Platone (ma anche Plotino) coincide con il bene. Visioni all’insegna della concretezza o visioni meramente e solamente ideali? D’altra parte si sa, l’ingenuo principe Myskin disse che “la bellezza salverà il mondo”. Ma varrà la pena prestargli attenzione? In fondo non era che un idiota!

S.M.