I soggetti di queste immagini, simboli e attori esistenziali imprigionati e impediti negli statuari involucri del loro “esserci”, anelano più o meno impotentemente a trascendere le loro impossibilità, lacerati nell’eterno conflitto tra “persuasione e rettorica”, tra possesso della propria vita e l’inganno retorico della vuota libertà del conformismo sociale.

C’è qualcosa di ineffabile che cerca espressione. Le immagini possono rappresentare quello che la parola e la ragione da sé sole non sempre riescono a fare. Le immagini possono talvolta costituire quella forma silenziosa di comunicazione che racchiude in sé conflitti e logiche opposizioni senza patirne contraddizione. Le immagini possono, come i sogni, supportare e sopportare aporie e antinomie, venirne in qualche modo a capo e superarle in nuove sintesi anche quando tutto questo non sembra proprio “ragionevolmente” possibile.

In una statua di sabbia fotografata nel nord Europa era incisa come fosse il titolo dell’opera “Watch wath you think”, aveva gli occhi chiusi ma tra i capelli sopra la fronte una serie di occhi aperti che sembravano finestre aperte sui propri pensieri. Mi è sembrato un invito a dare immagine, cioè a immaginare, porre in immagini sentimenti, disperazioni e aspirazioni, che sebbene comuni a tutti, a ognuno vengono dettati dalla solitudine in cui vengono vissuti i propri pensieri.