E’ a far data dai primi Anni Ottanta che Sebastiano Messina opera nell’ambito della fotografia, quando con la frequentazione della Galleria Rondanini di Roma – e dei corsi di Luigi Ghirri e Franco Fontana – entra in contatto con i più importanti nomi del settore e si propone sia come autore sia come organizzatore di eventi soprattutto pubblici. Insieme ad altri artisti e letterati romani fonda negli Anni Novanta la rivista kr991 (Ed. Datanews), che produce mostre e incontri per circa un quinquennio. Dopo tale esperienza si dedica soprattutto all’attività espositiva, con lavori inizialmente di carattere surreale e talvolta metafisico. Negli ultimi anni Messina è ormai approdato ad una visione scarna ed essenziale, che non concede nulla alle mode ed anzi si distacca costantemente dalle tendenze chiassose di tanta produzione contemporanea. Sostenitore di uno stile sintetico e asciutto, ha sempre dato forma a un modo di esprimersi molto soggettivo preoccupandosi principalmente dei contenuti (= delle idee), a tutto discapito di una rappresentazione meramente realista, sia essa basata su una ispirazione derivata dalla natura o dagli oggetti circostanti; al contrario, ci racconta del sottile pathos che emana dalle cose o dalle situazioni, e ci suggerisce che in tutto il visibile esiste una parte a noi oscura che si riallaccia al mistero delle nostre fantasie, ossessioni, a volte angosce. Uno dei suoi tratti distintivi è sempre stato di tenere bassa la sua tavolozza, privilegiando colori tenui o spesso volutamente acromatici, con la precisa finalità di non distrarre lo spettatore dall’idea. Nelle recenti fotografie Messina si è spinto, ancora di più rispetto al passato, nei territori del simbolo, rafforzando questa sua scelta con un supporto di stampo filosofico e teoretico, ed ha realizzato foto in cui il proprio immaginario si manifesta nella scelta di figure ieratiche e inquietanti, plastiche e spesso intrise di un esoterismo onirico. Ha illustrato anche racconti di scrittori e recentemente ha prodotto copertine per testi e saggi critici.

-Carneade! Chi era costui? – ruminava tra sé don Abbondio seduto sul suo seggiolone, in una stanza del piano superiore, con un libricciolo aperto davanti, quando Perpetua entrò a portargli l’imbasciata. – Carneade! Questo nome mi par bene d’averlo letto e sentito; doveva essere un uomo di studio, un letteratone del tempo antico; è un nome di quelli; ma chi diavolo era costui? – Tanto il pover’ uomo era lontano da preveder che burrasca gli si addensasse sul capo!

Inizio del cap. VIII dei "Promessi sposi" di Alessandro Manzoni
Carneade (Cirene 219 – Atene 129 a.C.) filosofo greco. Fu attivo ad Atene dove diresse l’Accademia. Non ha lasciato alcuno scritto: il suo pensiero ci è pervenuto attraverso le testimonianze di Cicerone e Sesto Empirico. Nel suo intento di combattere ogni impostazione dogmatica, Carneade afferma che non è possibile essere certi di nulla; egli propone tuttavia un superamento dello scetticismo radicale, sostenendo la possibilità di operare delle scelte in base al grado di probabilità offerto dall’esperienza.

Dalla Garzantina di Filosofia
Carneade s.m. Persona sconosciuta, eventualmente citata o prescelta a sproposito. Filosofo del II sec. a.C. Dopo l’episodio di don Abbondio il prototipo dello sconosciuto.

Dal vocabolario della lingua italiana Devoto-Oli